Il blocco navale Hormuz è operativo. Alle 16:00 italiane di oggi, 13 aprile 2026, la Marina degli Stati Uniti ha avviato l’intercettazione di tutte le navi in entrata e in uscita dai porti iraniani. Donald Trump lo ha annunciato su Truth Social poche ore dopo il fallimento dei negoziati di Islamabad. Il traffico marittimo nello Stretto si è azzerato. Il prezzo del petrolio è tornato sopra i 104 dollari al barile. Ecco cosa sta succedendo e perché questa mossa cambia la natura della crisi in Medio Oriente.

1. Come si è arrivati al blocco navale Hormuz
Il naufragio di Islamabad
I colloqui tra USA e Iran, ospitati dal Pakistan l’11 e il 12 aprile, si sono conclusi senza accordo dopo oltre 20 ore di trattative. La delegazione americana — il vicepresidente JD Vance, Jared Kushner e Steve Witkoff — ha presentato quella che ha definito “l’offerta finale e migliore”. L’Iran l’ha respinta.
I tre nodi irrisolti: il programma nucleare iraniano (Washington esige lo smantellamento, Teheran pretende il riconoscimento), il futuro di Hormuz (l’Iran vuole mantenere un protocollo di transito con pedaggi in valuta nazionale, gli USA esigono la riapertura incondizionata) e lo sblocco di circa 27 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati.
Ghalibaf, il capo negoziatore iraniano, ha aggiunto un quarto elemento: il Libano. Senza un cessate il fuoco esteso a Beirut, ha dichiarato, l’Iran non poteva considerare raggiunto alcun accordo reale. La delegazione americana ha respinto il collegamento: per Washington, il Libano è un dossier separato.
L’annuncio su Truth Social
La risposta di Trump è arrivata domenica 12 aprile: blocco navale immediato di tutte le navi da e per lo Stretto. “Ho ordinato alla nostra Marina di individuare e intercettare ogni imbarcazione che abbia versato un pedaggio all’Iran. Nessuno che paghi un pedaggio illegale avrà libero transito in mare.”
Il CENTCOM ha poi precisato che il blocco riguarda il traffico in entrata e in uscita dai porti iraniani, compresi porti e infrastrutture energetiche. L’agenzia britannica UKMTO ha confermato le restrizioni su tutta la costa iraniana. Il Lloyd’s List ha segnalato traffico azzerato nella mattinata del 13 aprile, con almeno due navi costrette a invertire rotta durante la traversata.
28 febbraio: inizio operazione “Epic Fury” — USA e Israele attaccano l’Iran.
4 marzo: Teheran chiude lo Stretto di Hormuz.
7-8 aprile: cessate il fuoco di due settimane. Hormuz riaperto e richiuso in 24 ore.
11-12 aprile: negoziati di Islamabad. Nessun accordo dopo 20 ore.
12 aprile: Trump annuncia il blocco navale Hormuz su Truth Social.
13 aprile, 16:00: il blocco diventa operativo. Traffico azzerato.
2. Il blocco navale Hormuz e la reazione dei mercati
I mercati hanno reagito prima ancora che il blocco diventasse operativo. Alla riapertura di lunedì 13 aprile il WTI ha segnato +8,1% a 104,4 $/barile, il Brent +7% a 101,8 $, il gas TTF +9% a 47,6 €/MWh. Piazza Affari ha aperto in calo dell’1%, con i titoli oil sotto pressione.
Il prezzo del petrolio resta comunque ben al di sopra dei livelli pre-bellici (~70 $/barile a fine febbraio). I danni fisici alle infrastrutture del Golfo — gli impianti qatarini di Ras Laffan fuori uso per 3-5 anni, l’oleodotto saudita Est-Ovest colpito dai droni — mantengono il mercato in deficit strutturale. Il blocco navale Hormuz aggiunge un ulteriore strato di rischio: non più solo la chiusura iraniana, ma anche il controllo attivo della US Navy.

Trita Parsi, vicepresidente del Quincy Institute, ha avvertito che se il blocco dovesse innescare la chiusura del Mar Rosso da parte degli Houthi, il prezzo del petrolio potrebbe raggiungere i 200 dollari al barile. Karen Young, della Columbia University, ha sottolineato alla CNN che i prezzi non scenderanno finché lo Stretto non sarà riaperto e gli impianti danneggiati non saranno riparati — un processo che potrebbe richiedere anni.
Dall’inizio del conflitto, lo Stoxx 600 europeo ha perso il 6%, bruciando oltre 1.100 miliardi di capitalizzazione. Secondo Bloomberg Intelligence, l’impatto sugli utili per azione sarà peggiore dello shock inflazionistico del 2022.
3. La strategia dietro il blocco navale Hormuz
L’obiettivo: colpire Cina e India
Il blocco navale Hormuz non punta solo all’Iran. La strategia di Trump ha un secondo bersaglio: Pechino e New Delhi. La Cina acquista circa il 90% delle esportazioni iraniane di petrolio — 1,7 milioni di barili al giorno. L’India è il secondo acquirente. Intercettare le petroliere dirette ai porti iraniani significa tagliare le entrate di Teheran, ma anche sfidare direttamente i due giganti asiatici.
L’idea era stata rilanciata dall’ex generale Jack Keane sul New York Post e da Rebecca Grant del Lexington Institute, che la considerava una strategia analoga a quella applicata al Venezuela. Trump l’ha condivisa su Truth domenica mattina, e nel giro di ore è diventata operativa.
Le reazioni internazionali
La risposta della comunità internazionale è stata frammentata.
Israele sostiene il blocco. Netanyahu ha confermato il pieno appoggio e lasciato intendere che il cessate il fuoco potrebbe “finire molto presto”.
Gran Bretagna si defila. Il premier Starmer ha dichiarato che Londra non sosterrà il blocco navale, pur senza condannarlo esplicitamente.
Cina reagisce con durezza. Il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun ha chiesto che la navigazione non subisca ostacoli, definendo Hormuz “un’importante rotta commerciale internazionale”. Trump ha risposto minacciando dazi al 50% se Pechino invierà armi all’Iran.
Russia si propone come mediatore. Putin ha offerto i propri buoni uffici a Teheran. La scorsa settimana Mosca e Pechino avevano già posto il veto alla risoluzione ONU sulla sicurezza di Hormuz.
UE — Von der Leyen ha definito la chiusura di Hormuz “un danno” e chiede la libertà di navigazione. L’AD di Eni, Descalzi, chiede a Bruxelles di sospendere il bando sul GNL russo previsto dal 2027.
Iran — Ghalibaf ha risposto con un messaggio diretto: “Gli americani rimpirangeranno i 4-5 dollari a gallone”. I Pasdaran parlano di “vortice mortale” per chiunque tenti di applicare il blocco.

4. Le conseguenze del blocco navale Hormuz
Da crisi di prezzo a crisi di fornitura
Fino alla settimana scorsa, sia la Commissione europea sia i governi definivano la crisi energetica come un problema di prezzo, non di approvvigionamento. Il blocco navale Hormuz cambia questa classificazione. Con il traffico azzerato e la US Navy che intercetta le navi, il problema non è più solo quanto costa il petrolio — ma se arriva.
I numeri dello Stretto sono eloquenti: ci transitano il 38% del greggio mondiale, il 29% del GPL, il 19% del GNL e il 20% dei prodotti raffinati, compresi diesel e cherosene. Per l’Europa, Hormuz convoglia l’8,5% del GNL importato, il 7% del greggio e il 40% del diesel.
Il rischio di un confronto con la Cina
È lo scenario che gli analisti considerano più pericoloso. La Cina importa dall’Iran 1,7 milioni di barili/giorno e non ha riconosciuto il blocco. Se una petroliera cinese tentasse di attraversare lo Stretto e venisse intercettata dalla US Navy, il confronto non sarebbe più economico — sarebbe militare. Trump ha già risposto preventivamente con la minaccia di dazi al 50%, ma Pechino ha avvertito che la navigazione internazionale non può essere limitata unilateralmente.
L’autogol del prezzo del petrolio
Come ha scritto Avvenire, il blocco rischia di essere un “gigantesco autogol”. Strozzare ulteriormente Hormuz — questa volta non dall’Iran ma dagli USA — significa esporre il mondo a una crisi energetica peggiore di quella in corso. Il prezzo del petrolio era già sopra i 100 $ prima del blocco; ora rischia di salire verso i 130-150 $, con scenari estremi a 200 $ se gli Houthi dovessero chiudere anche il Mar Rosso. Negli stessi USA, l’inflazione a marzo è salita al 3,3% e la benzina ha superato i 4 dollari al gallone.
5. I tre scenari aperti dopo il blocco navale Hormuz
Il premier pakistano Sharif ha precisato che “i negoziati non sono morti, c’è uno stallo” — un tentativo di tenere aperto un canale diplomatico. Ma con il blocco navale Hormuz operativo e le posizioni inconciliabili, la finestra per un accordo si restringe. Trump stesso ha dichiarato che sta valutando la ripresa degli attacchi militari, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal.
Il blocco navale Hormuz segna un salto di qualità nella crisi. Non è più l’Iran a chiudere lo Stretto — sono gli Stati Uniti a imporre un blocco attivo sulle rotte commerciali più importanti del pianeta. È un passaggio senza precedenti nella storia recente dell’energia globale.
La logica di Trump è chiara: strangolare le entrate iraniane e costringere Cina e India a fare pressione su Teheran. Ma l’effetto collaterale è altrettanto chiaro: il prezzo del petrolio sale, l’Europa paga il conto, e il rischio di un confronto diretto con Pechino non è più teorico.
In sei settimane di conflitto, il mercato ha prezzato la pace tre volte — e tre volte è stato smentito nel giro di ore. Oggi siamo entrati in una fase in cui lo Stretto è bloccato da entrambi i lati. Quello che succederà nelle prossime 48-72 ore — a Islamabad, nel Golfo, e nei rapporti Washington-Pechino — definirà il prezzo dell’energia per i mesi a venire.
Fonti: ANSA, Il Sole 24 Ore, Sky TG24, Open, Avvenire, LaPresse, Euronews, Il Giornale. Aggiornato al 13 aprile 2026 ore 17:00.
